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giovedì 22 maggio 2014

Composizione in grigio e nero

 

Whistlers_Mother_high_res

James Whistler, Composizione in grigio e nero n. 1, 1871
Parigi, Musée d’Orsay

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BILLY COLLINS

STUDIO IN ARANCIONE E BIANCO

Sapevo che James Whistler era parte della scena di Parigi
ma mi sono comunque sorpreso quando ho trovato il dipinto
di sua madre al Museé d'Orsay
tra i punti colorati e le pennellate mobili
degli Impressionisti francesi.

Ed ero sorpreso di notare
dopo qualche minuto di benevola osservazione,
come quella donna dal profilo austero
fissata per sempre sulla sua sedia,
cominciasse a somigliare alla mia vecchia madre
fissata per sempre nelle stelle, nell'aria, nella terra.

Puoi capire perché intitolò il dipinto
"Composizione in grigio e nero"
invece di come ognuno naturalmente lo chiama,
ma, alla fine, dopo aver camminato lungo la riva del fiume,
ho immaginato come si è potuto spezzare
il cuore di una donna per degradarsi da madre
a una mera composizione, uno studio acromatico.

Mentre le coppie dell'estate si piegavano l'una sull'altra
lungo il quai e la piazza e barche a basso pescaggio
piene di spettatori scivolavano su  e giù per la Senna
tra i ponti di pietra
e i loro riflessi nell'acqua,
pensavo: che ridicolo, che errore...

Sarebbe come se Botticelli avesse chiamato "La nascita di Venere"
"Composizione in blu, ocra, verde e rosa,"
o viceversa
come se Rothko avesse intitolato uno dei suoi tramezzini di colore
"Barche da pesca che lasciano Falmouth Harbor all'alba".

O, mentre scorrevo il menu al caffè
dove ora era venuto a riposarmi,
sarebbe come la pittura qualcosa di ridicolo,
un cuoco che sputasse
su un fornello acceso davanti a un pubblico di anatre
e lo chiamasse "Studio in arancione e bianco".

Ma a questo punto un cameriere apparve
con il mio bicchiere di Pernod e una chiara brocca d'acqua,
e io sedevo e non pensavo a niente
se non alle donne e agli uomini che passavano --
madri e figli che camminavano con i loro fragili cagnolini--
e a me stesso,
una specie di composizione in blu e kaki,
e, dopo aver aggiunto
un po' d'acqua nel bicchiere, verde lattiginoso.

martedì 20 agosto 2013

Autoritratto nella bottega

 

goya-autoritratto-nella- 1766bottega1

Francisco Goya, Autoritratto nella bottega, 1790-95
Madrid, Museo de la Real Academia de San Fernando

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BILLY COLLINS

CAPPELLO CON CANDELE

In genere negli autoritratti è il viso che prevale:
Cezanne è un paio d'occhi che nuotano tra le pennellate,
Van Gogh ha lo sguardo fisso da un alone di turbinante oscurità,
Rembrandt sembra sollevato come se rifiatasse
dopo aver dipinto Sansone accecato dai Filistei.

Ma in questo, Goya è in piedi ben lontano dallo specchio
si vede in posa nel disordine dello studio
rivolto a una tela inclinata indietro sull'alto cavalletto.

Sembra che ci sorrida come lo sapesse
che ci farebbe ridere lo straordinario cappello che ha in testa
provvisto tutt'intorno all'orlo di portacandele,
un trucco che gli permetteva di lavorare di notte.

Puoi solo immaginare che effetto farebbe
indossare un candeliere simile in testa
come se fossi una sala da pranzo o una salone da concerti.

Ma quando vedi il cappello non c'è bisogno di leggere
biografie di Goya o memorizzare le date.

Per capire Goya devi solo immaginartelo
mentre accende le candele a una a una, poi si sistema
il cappello in testa, pronto per una notte di lavoro.

Immaginalo che sorprende la moglie con la nuova invenzione,
e lei ride come davanti a una torta di compleanno.

Immaginalo che balugina tra le stanze della casa
con le ombre che volano sui muri.

Immagina un viaggiatore sperduto che bussa alla sua porta
di notte per le colline della Spagna.
"Entri pure," avrebbe detto, "stavo solo facendomi il ritratto,"
fermo sulla porta mentre regge il pennello-bacchetta,
illuminato dal bagliore del famoso cappello.

 

(Traduzione di Andrea Sirotti)