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domenica 9 giugno 2019

La Maja vestida



Francisco Goya, La Maja vestida, 1800-1808
Madrid, Museo del Prado


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KIM CHONSU

L'URLO DI GOYA


La parola latina "Ars" ha legato  
Rubens,   
è contento di essere legato.  
Van Dyke,  
Tintoretto,  
Velazquez, tutti loro  
gridano che l'"Ars" ha fatto sì che il mondo  
rinascesse daccapo  
A Toledo ho sentito El Greco  
dire la stessa cosa.  
Lo ha sussurrato nella buia stanza interna  
della casa che aveva preso in affitto.  
Solo Goya ha sentito il dolore  
della catena di ferro  
che gli mangiava la carne.  
Maja, la donna che "Ars" creò,  
si è tagliata la testa,  
e un giorno  
i contorni dei suoi ritratti si consumavano  
come il Gesù di Rouault.  
Non hanno nemmeno lo sfondo.  
Vai a guardare!  
Il suo grido scuote  
il Prado anche adesso.  

martedì 20 agosto 2013

Autoritratto nella bottega

 

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Francisco Goya, Autoritratto nella bottega, 1790-95
Madrid, Museo de la Real Academia de San Fernando

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BILLY COLLINS

CAPPELLO CON CANDELE

In genere negli autoritratti è il viso che prevale:
Cezanne è un paio d'occhi che nuotano tra le pennellate,
Van Gogh ha lo sguardo fisso da un alone di turbinante oscurità,
Rembrandt sembra sollevato come se rifiatasse
dopo aver dipinto Sansone accecato dai Filistei.

Ma in questo, Goya è in piedi ben lontano dallo specchio
si vede in posa nel disordine dello studio
rivolto a una tela inclinata indietro sull'alto cavalletto.

Sembra che ci sorrida come lo sapesse
che ci farebbe ridere lo straordinario cappello che ha in testa
provvisto tutt'intorno all'orlo di portacandele,
un trucco che gli permetteva di lavorare di notte.

Puoi solo immaginare che effetto farebbe
indossare un candeliere simile in testa
come se fossi una sala da pranzo o una salone da concerti.

Ma quando vedi il cappello non c'è bisogno di leggere
biografie di Goya o memorizzare le date.

Per capire Goya devi solo immaginartelo
mentre accende le candele a una a una, poi si sistema
il cappello in testa, pronto per una notte di lavoro.

Immaginalo che sorprende la moglie con la nuova invenzione,
e lei ride come davanti a una torta di compleanno.

Immaginalo che balugina tra le stanze della casa
con le ombre che volano sui muri.

Immagina un viaggiatore sperduto che bussa alla sua porta
di notte per le colline della Spagna.
"Entri pure," avrebbe detto, "stavo solo facendomi il ritratto,"
fermo sulla porta mentre regge il pennello-bacchetta,
illuminato dal bagliore del famoso cappello.

 

(Traduzione di Andrea Sirotti)

mercoledì 26 settembre 2012

La Duchessa d’Alba

 

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Francisco Goya, La Duchessa d’Alba, 1795
Madrid, Collezione Alba, Palacio de Liria

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MARÍA VICTORIA ATENCIA

LA DUCHESSA D’ALBA

Gli impeti hanno i loro ritorni freddi.
Come in amore, così nell’arte. Sono nastri
rossi e perline. D’altronde un’alba
attornia la signora.
La sua mano leva un dito
che con dolce autorità si smorza nei grigi.
Porta via il vento tante parole non dette,
e ferma il suo respiro sulla sabbia soffice
nell’angolo che firma don Francisco de Goya.

mercoledì 2 maggio 2012

Il 3 maggio 1808

 

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Francisco Goya, Il 3 maggio 1808
Madrid, Museo del Prado

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LAWRENCE FERLINGHETTI

NELLE PIÙ BELLE SCENE DI GOYA

Nelle più belle scene di Goya crediamo di vedere
la gente del mondo
proprio nell’istante in cui
ottennero per la prima volta il titolo di
“umanità sofferente”
Si contorcono sulla pagina
con autentico furore
di avversità
Ammucchiati
gemendo con bambini e baionette
sotto i cieli di cemento
in un paesaggio astratto di alberi seccati
statue ricurve rostri e ali di pipistrello
forche scivolose
cadaveri e galli carnivori
e tutti gli ultimi mostri urlanti
della “immaginazione del disastro”
sono così maledettamente veri
è come se esistessero ancora
Esistono infatti
Solo il paesaggio è cambiato
Siamo ancora sparsi lungo le strade
infestate da legionari
falsi mulini a vento e galli dementi
Siamo la stessa gente
soltanto più lontana da casa
su autostrade larghe cinquanta corsie
su un continente d’asfalto
scandito da invitanti cartelli pubblicitari
che illustrano imbecilli illusioni di felicità
La scena mostra meno carrette di tortura
ma più cittadini menomati
in macchine colorate
con strane targhe
e motori
che divorano l’America