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giovedì 31 luglio 2025

Vela

 

 
Edward Hopper, Vela, 1911
Pittsburgh, Carnagie Museum of Art

GERARD LOCKLIN
EDWARD HOPPER: VELA


Uccelli di ogni piuma
gratificano il nostro senso dell'ordine
con il modo in cui
si uniscono,
le formazioni in cui volano,
le gerarchie dei loro incontri di preghiera pomeridiani,
la loro adorazione del sole, del vento,
i loro orologi e calendari interiorizzati,
gli almanacchi e gli stormi di reggimenti.
Li salutiamo nelle nostre barche a vela
e nelle cerimonie religiose,
le nostre vele gonfie e la maestria del galleggiamento.
Non c'è assolutamente nulla
che possano imparare da noi.
Prendiamo, ad esempio, i progetti di Frank Gehry
per la Disney Concert Hall
e ogni altra struttura che ha progettato
da Bilbao in poi.
Quando gli uccelli volano oltre questi,
sbadigliano... all'unisono.


mercoledì 28 maggio 2025

La casa di Ryder

 

Edward Hopper, La casa di Ryder,  1933
Washington, Smithsonian American Art

GERARD LOCKLIN
EDWARD HOPPER: LA CASA DI RYDER, 1933


Ryder deve aver tenuto molto alla sua privacy:
tante finestre – due – di modeste proporzioni
sui tre lati visibili dei due edifici.
E quello che sembra un piccolo portale
per entrare in un rifugio antitempesta.
Il resto è erba e cielo o sfumature
e ombre variabili, tutti studi sugli effetti della luce.
Monet aveva un interesse simile per luci e ombre,
e le ha realizzate meglio.
In altre parole, e odio ammetterlo,
il più grande pittore americano forse
non era ancora grande quanto quello francese.

mercoledì 22 febbraio 2023

Nottambuli / 5



Edward Hopper, Nighthawks, 1942
Chicago, Art Institute


LUIS DE VILLENA

NOTTAMBULI


Non è la notte la viva fanfara del rumore
né lo spumante che chiede o dona gioventù…
La notte è la dimora dei solitari,
la casa sempre vasta delle stelle erranti…
Anche se ho goduto ore di dissipazione e bellezza,
Non ho mai sentito la notte, ricca e profonda,
come in questi giorni feriali
in cui esco da solo, raramente felice,
e osservo semideserte strade autunnali,
alberi nudi belli e puri,
il freddo che soffia nei venti del nord,
gente (pochissima) con le mani infilate
in guanti e tasche, sciarpe e cappotti…
Bar vuoti o praticamente vuoti,
dove figure immobili al fuoco della luce,
si guardano in silenzio nello specchio di fronte
o guardano il bicchiere a metà
come se fosse una posa o un atteggiamento eterno…
La solitudine parla con ciascuno profondamente
e, a tratti, forse un sorriso ti ricorda un'altra vita.
Non è una bugia. È questa verità così profonda
di  notte e di estrema solitudine, di musica tranquilla
e intimi soliloqui
dove, percorrendo la città sterminata,
buia e deserta, sei più reale più te stesso
che mai…
(Edward Hopper pensava: Parigi è là. Lontana, sterile,
perduta. Non era il suo mondo.
Il suo regno era abitudinario, banale. Vite e abisso.
Quello che tutti sanno e nessuno ha detto.)

sabato 18 maggio 2019

Sole in una stanza vuota / 2




Edward Hopper, Sole in una stanza vuota, 1963
collezione privata

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LOUIS EDWARD SISSMAN

PIÛ TARDI

Un vuoto bello e indicibile
di luce solare in stanze nude   
senza altro abitante che lui stesso:
l’alba e il tramonto della sua vita
avanzavano con moto rotatorio, un sole solitario
avvolgeva il gradino di granito,
su cui si trovava
dipinto da una luce che durò un giorno e poi si spense.
Dove convergono gli interni
dei suoi primi anni
sono passate compagnie di traslochi
con i loro camion
e hanno portato via gli oggetti del passato
- letti, tappeti, lampade, gente
documenti, cassettoni -
lasciandosi dietro un monumento tangibile
della sua vita e di come l’ha vissuta:
Fuori un albero verde stormisce
entrando in casa
dalla doppia finestra, formando rettangoli
color crema
sulla parete con la finestra e la parete
con la nicchia e sul
nudo parquet. Il sole del mattino
abita il vuoto
con luce americana.

martedì 19 marzo 2019

11 A.M.


Edward Hopper, 11 A.M., 1926
collezione privata

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JOYCE CAROL OATES

"11 A.M.", 1926 DI EDWARD HOPPER

Lei è nuda ma ancora indossa le scarpe. Vuole pensare nuda. Felice nel suo corpo.

Anche se è un corpo che invecchia in carne. E la sua postura sulla poltrona — protesa in avanti, le braccia sulle ginocchia, a fissare fuori dalla finestra — le fa gonfiare il ventre, ma che diavolo.
Che diavolo, lui non è qui.

Ha vissuto in questo dannato appartamento della Third Avenue,Twenty-third Street, Manhattan, quanti dannatissimi anni, devono essere almeno quindici. Si è trasferita in città da Hackensack, per il bisogno di respirare.

Non si è mai guardata indietro. Certo, l’hanno chiamata egoista, crudele. Al diavolo, l’uso che avrebbero fatto di lei, sarebbe stata risucchiata come midollo.

Il primo la oro è stato di archivista al Trinity Trust. Sprecò tre anni della sua giovane vita ad aspettare che R.B. lasciasse la moglie e non pensava che una ragazza come lei avrebbe voluto di meglio?
Secondo lavoro sempre archivista ma poi promossa a segretaria nello staff del signor Castle alla Lyman Typewriters. Il vecchio bastardo alla fine avrebbe potuto fare di più e lo avrebbe fatto se non ci fosse stata la faccia grassa di Stella Czechi.

Terzo lavoro, Tvek Realtors & Insurance e lei è la segretaria privata di Tvek: cosa farei senza di te, mia cara?

Finché Tvek la paga in maniera decente. E non la delude, come lo scorso Natale. Avrebbe voluto morire.

Odia questa dannata stanza. Illuminata in maniera indistinta come una regione dell’anima  in cui la luce non penetra. Il vecchio arredamento morbido e malconcio e il materasso cascante come tutti quei corpi nei sogni che sentiamo ma non vediamo. Ma lei tiene il suo letto fatto ogni maledetto giorno, che ci siano visitatori o no.

A lui non piace il disordine Le ha detto di come ha imparato a farsi il letto nell’esercito nel 1917.
Il trucco, dice, è fare il letto appena ti alzi.

Si stacca da lei non appena ha finito. Pelle appiccicosa, gambe pelose, chiazze di peli ruvidi sulle spalle, sul petto, sul ventre. Le piacerebbe che la abbracciasse, potrebbero addormentarsi insieme, ma raramente ciò accade. Pazzo di lei, poi, a un tratto, è finita ... è dentro la testa di lei, e lei è dentro la testa di lui.

Stamattina sta pensando a quel maledetto bastardo, questa deve essere l'ultima volta. Aspetta che lo chiami per spiegare perché non è venuto la scorsa notte. E c'è la possibilità che possa venire qui prima di chiamare, cosa che ha fatto più di una volta. Non poteva stare lontano. Dio, sono pazzo di te.
Pensa che darà al bastardo ancora dieci minuti.

Lei è Jo Hopper con il suo viso semplice di rossa allungato sul volto di donna carnosa e lui è l'artista ma anche l'amante e la scorsa settimana è venuto a portarla da Delmonico ma in questa stanza poco illuminata avevano fatto l'amore nel suo letto e non erano mai usciti prima che fosse troppo tardi e lei lo aveva sentito spiegare al telefono - c'era il suono della voce di un uomo che spiega a una moglie che è così magra, così vigliacca, e malata di uno sprezzante richiamo. Eppure dice che ha lasciato la sua famiglia, che la ama.

Si passa le mani sul corpo come un cieco che cerca di vedere. E lo splendore sul suo viso è infossato e segnato, ha bisogno di lei come l'uomo affamato ha bisogno di cibo. Muoio senza di te Non lasciarmi.

Le aveva detto che non era quello che pensava. Non era la sua famiglia a impedirgli di amarla quanto poteva, ma nella sua vita non aveva mai raccontato a nessuno della guerra, in fanteria, in Francia. Una cosa che lo paralizzava. Cose che gli erano successe, e cose di cui era stato testimone e cose che si aveva perpetrato con le sue stesse mani. E lei gli aveva preso le mani e le aveva baciate, e le aveva portate al seno che doleva come il seno di una giovane madre ansiosa di dare latte e nutrimento. E lei gli aveva detto No. Questa è la tua vecchia vita. Io sono la tua nuova vita.

Gli darà ancora cinque minuti.

lunedì 9 luglio 2018

Il negozio di barbiere


.Hopper

Edward Hopper, Il negozio di barbiere
Purchase, Neuberger Museum of Art

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ANNE CARSON

IL NEGOZIO DI BARBIERE

Quanto ne è volato via è passato
Quanto ne resta è futuro

(Agostino, Confessioni, XI)

Ci vuole pratica per radere la pelle della luce
Polarità
               significa
                           più o
                                       meno
                            notte
totale.
I pinguini cadono come dadi stupefatti
Ma
        New York
                       i barbieri sono bravi
             sul
ghiaccio
La mattina oscilla in un buco spruzzato di luna
Fasce
          di tempo
                     stanno insieme
                                         al
palo
Le sue forbici scintillano sull'acqua nera aperta
Lei
         ama
                  la quiete lei
                                       potrebbe
                                 essere
                          sua
figlia

mercoledì 29 novembre 2017

Girlie Show


Girlie show

Edward Hopper, Girlie show, 1941
collezione privata

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LISEL MUELLER

UN NUDO DI EDWARD HOPPER

per Margaret Gaul

La luce
mi asciuga di quel che potrei essere,
il sogno di un uomo
caldo e morbido;
o di un pittore -
i seni intime colombe,
le braccia delicatamente curvate
da un mite mezzogiorno.

Io sono
vene azzurre, una cicatrice,
una chiazza di cellule color lavanda,
cosce e spalle usate;
i miei polpacci
sono scarsi come le guance,
i miei fianchi non rotondi
piccoli, scintillanti cuscini:

ma questo corpo
è la mia casa, la mia infanzia
vi è sepolta dentro, il mio sonno
vi sorge e vi tramonta,
il desiderio
vi si è innalzato e sottile l'ha indossato
tra queste ossa -
io vivo qui

giovedì 5 ottobre 2017

Ufficio di sera


Hopper

Edward Hopper, Ufficio di sera, 1940

Minneapolis, Walker Art Center

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ANNE CARSON

UFFICIO DI SERA

Ma quest'unica ora si svolge essa stessa attraverso fugaci particelle.
Agostino, Confessioni, XI

Uomo donna corda della tenda carta pietra refrattaria
è
la luce
dalla
strada che entra uniforme
o il vento
d'autunno
che ci buca le ossa?

domenica 26 marzo 2017

Interno d’estate

 

Summer Interior

Edward Hopper, Interno d’estate, 1909
New York, Whitney Museum of American Art

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ANNE CARSON

INTERNO D’ESTATE

Quando vedo l'aurora dico che sta per sorgere il sole.
  (Sant’Agostino, Confessioni, XI, XVIII)

L'estate ha macchiato il giorno, hai finito
con l'atterrare in un paese straniero.

Così l'anima contemplativa - i cosiddetti "cavalli dell'aurora"
semisvegli tra le alghe verdi delle origini

si parlavano a voce bassa, vicino
e dolcemente.

mercoledì 1 marzo 2017

Nottambuli / 4

 

Edward Hopper, Nottambuli, 1942
Chicago, Art Institute

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JOYCE CAROL OATES

NOTTAMBULI

I tre uomini son vestiti da capo a piedi, maniche lunghe,
cappello, anche se è un interno, e ben illuminato,
e c’è una donna. La donna indossa
un vestito rosso a maniche corte, tagliato per esporre
le braccia, una curva del suo petto cremoso, osserva
una sigaretta nella mano destra pensando
che il suo compagno ha finalmente lasciato la moglie ma
può fidarsi di lui? Gli occhi dalle palpebre pesanti,
la bocca imbronciata coperta di rossetto, ha il vero e proprio pallore
delle teste rosse, come latte scremato, maledettamente
attraente e lei crede di saperlo ma cosa di preciso
l’ha fatta arrivare così lontano, e dove? - fra qualche giorno
comincerà ad avere sensi di colpa, lei conosce i segni,
un odore reale, di sudore, rancido, come
calzini sporchi, lui sgattaiolerà via per telefonare
e lei giura che non ha intenzione di passarci di nuovo,
non ha intenzione di crollare a piangere o implorare
né ha intenzione di urlargli qualcosa, lei ha chiuso
con queste cose e lui è silenzioso al suo fianco
non è il tipo che parla molto ma sta pensando
che ha fatto la mossa giusta infine, grazie a Dio
è un po’ intontito, come un uomo che sogni -
è un sogno, questo? - tanto è vasto, fermo.
muto, orizzontale, – e il barista vestito di bianco
chinato com’è, immobile, e l’uomo
sull’altro sgabello, immobile, se non per sorseggiare
il suo caffè, ma si sente benissimo, lui,
è innanzitutto un senso di sollievo, stavolta è sicuro
al cento per cento che farà funzionare la cosa,
lo deve a lei
e a se stesso bontà divina e lei sta pensando
che la luce è troppo luminosa in ‘sto posto, forse
non proprio lusinghiera, detesta quando il suo
rossetto
si consuma e il trucco si rapprende, vorrebbe usare
una toilette per signore ma qui non ce n’è
e, Cristo, quanto ci vuole perché apra un
distributore
di benzina? È il cuore della notte e lei sente
che il tempo non cambierà idea. Questa volta
comunque non ha nessunissima intenzione
di umiliarsi -
lui comincia a parlare di sua moglie, dei suoi
marmocchi, di
come li abbandonò, avevano fiducia in lui e lui
li abbandonò, lei uscirà dalla dannatissima camera
sbattendo la porta
e se lui la chiama zucchero o baby con quella voce
gli darà un ceffone LO SAI CHE LO DETESTO:
SMETTILA.
E lui la smetterà. Gli conviene. Più si arrabbia
più diventa silenziosa, non dice una parola
da dieci minuti, non una ciocca
dei suoi capelli che si muova, e odorano un poco
di cenere, o come l’henné che usa per schiarirli
ma l’odore è lieve comunque, è pazzesco per lei
che un tipo come lui non se ne accorga e non ci badi-
mentre seppellisce la sua faccia ardente nel suo collo,
fra i seni freddi, o fra le gambe - ogni volta che
lo avrà
e ovunque lo avrà. Sta ancora osservando la sigaretta
che brucia nella mano, il barista è ancora chinato,
a bocca aperta, e lui non ci bada, perché no,
di fatto, fin quando lei non restituisce lo sguardo
lui pensa di essere l’uomo più fortunato del mondo
ma allora per quale motivo non è più felice?

mercoledì 15 febbraio 2017

Scompartimento C, Carrozza 293/2

 

Edward Hopper, Scompartimento C, Carrozza 293, 1938
New York, IBM Corporation Collection

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ERNEST FARRÉS

COMPARTMENT C, CAR 293, 1938

Viso severo, capelli
più o meno rossi, occhi
con un luccichio di introversione,
carnagione al picco della vita, atteggiamento
guardami-finché-non-ti-annoi
vestito nero che le stringeva i seni
e un gioco di gambe lunghe in piena facoltà,
era, a dirla tutta, una donna attraente
e, nel senso moderno del termine, «indipendente».

Quelle ore morte del treno erano propizie
a lanciare sguardi furtivi alla donna
che sedeva all’altro lato del corridoio. Leggeva,
la povera, con tanta concentrazione
che il pomeriggio passava e ignorava
che gli ultimi raggi del sole si incollavano dorati
ad ovest sulla volta infinita del cielo.

sabato 10 dicembre 2016

City sunlight

 

City Sunlight

Edward Hopper, City sunlight, 1954
Washington, Hirshhorn Museum and Sculpture Garden

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EVA MURARI

LA CITTÀ DIVENTA GIALLA

La città diventa gialla,
bianca e azzurra
nella luce della sera.
Apro la finestra.
Guardo un libro su Hopper che mi hai prestato
e penso che talvolta mi immagini
seduta nel soggiorno
attraverso le tende mosse dalla brezza.

martedì 1 novembre 2016

Domenica mattina presto

 

early-sunday-morning

Edward Hopper, Early Sunday Morning, 1930
New York, Whitney Museum of American Arts

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HILARIO BARRERO

EARLY SUNDAY MORNING

Unica creatura, la limpidezza
estende le sue radici fino alla linea
dell'orizzonte della strada vuota,
battezzando il colore con il suo nome:
blu infantili, verdi piovosi,
ocra innamorati, bianchi bagnati
che sono frontiera delle lenzuola tipeide,
l'odore di caffè, la prima carezza,
e il tocco della morte che presto,
tesse in fretta la tunica del fango.
Dando motivo di luce al carbone dell'ombra,
il sole assegna alla facciata
il suo destino di notte ancora lontana.
Addormentate le serrande, giallo
risveglio di settembre, una tendina
intrattiene il suo fragile scheletro
nel lento dondolio della brezza,
mentre la signora McLaughlin sente un brivido,
protetta dal Gatto (e un buon gin)
e comincia a leggere l'ultima edizione
del New York Times, quando sono soltanto
le sette meno un quarto, nella mattina
di una domenica appena nata.

lunedì 22 agosto 2016

Nottambuli / 3



Edward Hopper, Nottambuli, 1942
Chicago, Art Institute
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WOLF WONDRATSCHECK

NIGHTHAWKS: DAL DIPINTO DI EDWARD HOPPER


È notte
e la città è deserta.
I più fortunati sono a casa,
o più probabilmente
non ne sono rimasti.
Nel dipinto di Hopper rimangono quattro persone
il solito gruppo, per così dire:
l'uomo dietro il bancone, due uomini e una donna.
Amanti dell'arte, potete lapidarmi
ma conosco piuttosto bene questa situazione.
Due uomini e una donna
come se fosse per puro caso.
Osservi la composizione del dipinto
e quello che ti colpisce è il piacere erotico
del vuoto totale.
Non dicono una parola, e perché dovrebbero?
Entrambi fumano,ma non c'è fumo.
Scommetto che lei gli ha scritto una lettera.
Comunque sia, lui non è più l'uomo
che ha letto due volte le sue lettere.
La radio è rotta.
Il condizionatore ronza.
Sento una sirena della polizia lamentarsi.
In un portone a due isolati da qui, un drogato geme
e si infila un ago nella vena.
Quella è la parte che non riesci a vedere.
L'altro uomo è tutto solo
a ricordare una donna,
anche lei indossava un vestito rosso.
Questo accadde anni fa.
Gli piace sapere che donne come questa esistono ancora
ma non è più interessato.

martedì 2 agosto 2016

Sole in una stanza vuota

 

Hopper

Edward Hopper, Sole in una stanza vuota, 1963
collezione privata

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HERNÁN BRAVO VARELA

(SOLE IN UNA STANZA VUOTA, 1963)

Nell'ultimo dipinto di Edward Hopper
c'è una stanza vuota.
 
Tranne per due pareti, bagnate da un sole
invisibile che entra da una
finestra che suggerisce il fogliame sfumato
di un albero ancora più sfumato.
 
Le pareti condividono
un angolo d'ombra.
 
Nel dipinto,
le persone stanno per arrivare. Stanno
per gettare le buste della posta
sotto la porta, stanno
facendo tintinnare le chiavi
in una tasca, stanno
per traslocare
o per chiudere la casa.
 
Da un momento all'altro.
 
Ma niente si sente, neppure i rami
dell'albero che colpiscono i vetri
della finestra, il vento
che agita quei rami.
 
L'imminenza
è un'ipotesi
di quello che succede adesso, senza di noi:
noi che, in piedi fuori o dentro la casa,
esitiamo un momento a entrare o uscire
di nuovo, come se dimenticassimo qualcosa
in un posto che non dimenticheremo.
 
Siamo lì con le chiavi
in mano, guardando quello spazio vuoto. Restiamo
immobili, in piedi, davanti alla porta
 
che torneremo
ad aprire per poi chiuderla da un momento all'altro.
 
*
 
Se in una stanza vuota guardassimo avanti,
non saremmo in un nessun posto.
 
Perciò non possiamo vedere il sole
in Hopper, e perciò proiettiamo
un'ombra che non possiamo vedere
a meno di abbassare lo sguardo.
 
Come l'angolo delle due pareti
nell'ultimo dipinto,
appeso in un angolo del museo
in penombra.
 
Il custode è dietro
il gabbiotto, immobile,
seduto, e un cappello gli copre la testa.
Le chiavi pendono dalla sua cintura
e tintinnano appena al contatto
con la gamba.
 
Il custode è dietro
qualcosa, ma non sa cosa.
(Un cappello gli copre la testa.)
 
Forse dietro l'aprire e il chiudere la sala
dal martedì alla domenica.
 
Nel frattempo, non sa
far altro che aspettare, cosa guarda la gente nel quadro
su una stanza vuota.
 
Come Hopper.
Quando gli domandarono cosa cercasse
con questo quadro, disse: “sto cercando me”.
 
Usciamo dal museo.
La luce ci abbaglia per qualche secondo
e, a mezza strada, ci siamo dimenticati dove
batteva il sole nell'ultimo quadro,
se l'albero era un albero o un arbusto.
 
Stiamo per tornare a casa da un momento
all'altro.


National Gallery, 13 gennaio 2008
Washington, D. C.

martedì 17 maggio 2016

Automat

 

 

Automat

Edward Hopper, Automat, 1927
Des Moines, Des Moines Art Center

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ANNE CARSON

AUTOMAT

Lavoro notturno
   latte di neon
   seta
   in polvere
Ragazza di lusso

Lavoro di ragazza
   lastra di vetro amore
   un guanto
   solo

Lavoro di ragazza
   l'odore
   della pelliccia nera
   sul collo
Notte di lusso

Lavoro notturno
   clamo
   ad te
   Domine

Ragazza di lusso


Consideriamo dunque, anima umana se il tempo presente può essere lungo:
ti è dato infatti di percepire e misurare la lunghezza del tempo.

(Agostino, Confessioni, XI)

sabato 30 aprile 2016

Finestre di notte




Edward Hopper, Finestre di notte, 1928
New York, Museum of Modern Arts
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RAMÓN COTE BARAIBAR

NIGHT WINDOWS


A mezzanotte,
Una luce accesa alla sommità
Di un edificio
È un impero.
Restare orfani di quel faro
Involontario
È una solitaria prova della vita.

sabato 16 aprile 2016

Nottambuli / 2

 
 

Edward Hopper, Nighthawks, 1942
Chicago, Art Institute
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ANNE CARSON

NIGHTHAWKS


Volevo fuggire con te stasera
ma sei una donna difficile
i tuoi princìpi —
Passato e futuro ruotano attorno a noi
conosciamo ora più ora meno
nell’istituto delle ore.
Nella strada scura come vedove
senza nulla da confessare
le nostre distanze ci hanno trovato
i tuoi princìpi —
una donna così difficile
Volevo fuggire con te stasera.

Questo però posso dire con fiducia di sapere:
senza nulla che passi, non esisterebbe un tempo passato.
Senza nulla che venga, non esisterebbe un tempo futuro.
Senza nulla che esista, non esisterebbe un tempo presente.

(Agostino, Confessioni XI)




martedì 5 aprile 2016

Nottambuli


Nighthawks
Edward Hopper, Nighthawks, 1942
Chicago, Art Institute
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JORGE BREGA

POETICA


I

Dietro le cose
(la quiete o la calma delle cose).
Sotto le superfici lucidate.
Dietro il  suono o la musica delle voci.
Oltre il vetro scuro e le ombre che si muovono.
Sotto il marchio della scrittura
(il suo leggerissimo velo):
Una passione ardente.
Un atto o un gesto
vertiginoso come un crimine.

II

Come Hopper
scrutare nella notte un caffè illuminato.
Un chiaro di luna dalla fitta boscaglia.
Non un destino estraneo
di avventore appoggiato al bancone.
Ma una profondità interiore.
Un intimo mistero su cui la coscienza vigila.

martedì 1 marzo 2016

Western Motel

 

 

Western Motel
Edward Hopper, Western Motel, 1957
New Haven, Yale University Art Gallery

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ANNE CARSON

WESTERN MOTEL

Il copriletto rosa dici
che non è di tuo gusto
sebbene tu sieda composta
per fare le fotografie.

Due valigie ti guardano come cani.

Porti i capelli pettinati
con la riga a destra.
Le montagne fuori
sembrano letti senza notte.

Due valigie ti guardano come cani.

Il vetro è per fuggire.
Fuori fa molto caldo.
Sembra che tu sappia
che il viaggio finisce qui.

Due valigie ti guardano come cani.

 


Dunque le cose future non esistono, e se ancora non esistono,
non esistono davvero. E se non esistono,
allora non possono essere viste.
Possono solo essere predette
sulla base delle cose presenti, che già esistono e si vedono.

(Agostino, Confessioni, XI, XVIII)